I castelli di Napoli

Lo sapevi che Napoli era chiamata la città dei sette castelli? Ebbene sì, nel perimetro della città partenopeo si contavano ben sette fortezze. Oggi ne rimangono intatte soltanto quattro, purtroppo. Scopriamole insieme!

Castel dell’Ovo

L’odierno Castel dell’Ovo sorge sull’isolotto di Megaride. Fu sede, insieme alla collina di Pizzofalcone, del primo insediamento cumano nella città, nel lontano secolo VII a.C. In epoca romana fu trasformato in una villa per gli ozii, chiamata Castrum Lucullanum, con ampi giardini, terme e portici, che giungevano fino a Piazza Municipio. Vi dimorò ospite anche il poeta Virgilio. Abbandonato con la caduta dell’impero, vi si insediò il primo gruppo di monaci basiliani in epoca medievale, costruendo la chiesa del Salvatore e gli ambienti per la vita religiosa. Scacciati dai Normanni, l’isolotto fu fortificato con torri e mura da Guglielmo il Malo e, poi, da Federico II, che iniziò a trasformarla in dimora regale. Angioini e Aragonesi si preoccuparono di migliorare implementare le strutture difensive e assicurare armi per quelle offensive. Occupato da Masaniello e dai suoi ribelli, il castello fu in epoca borbonica pressoché ignorato. La sua fortuna ricominciò con la ricostruzione di via Santa Lucia e la conversione in stazione telegrafica e stazione di segnalamento marittimo. Da sempre legato alla leggenda dell’uovo di Virgilio, da cui dipenderebbe la sorte della stessa città, e sede di banchetti e torture degli amanti di Giovanna d’Angiò, il castello continua a schiudere i suoi misteri ai visitatori e ad affascinare per l’abbraccio che riceve dal mare.

Castel Capuano

Il secondo castello più antico di Napoli è Castel Capuano, costruito come presidio cittadino nel XII secolo per volontà del principe normanno Giovanni il Malo. Prima gli Angioini e poi gli Svevi trasformarono la fortezza in una vera e propria reggia per feste e ricevimenti, e per ospitare principi e ospiti della corte. Durante il viceregno spagnolo, fu nuovamente ripensata come sede degli uffici giudiziari, e rinominato Palazzo della Vicaria. Il viceré don Pedro de Toledo dotò i sotterranei di carceri e camere per le torture, volle che fossero convertiti in uffici gli ambienti, e fece apporre in facciata lo stemma spagnolo, a cui qualche secolo dopo venne aggiunto quello dei Savoia. Per secoli foro della città, il palazzo vanta tra i numerosi ambienti, il Salone dei busti di noti giuristi, sui quali campeggia un affresco che celebra l’allegoria della Giustizia, e la Cappella della Sommaria, dove gli imputati si recavano a pregare e trovare conforto.

Castel Sant’Elmo

Castel Sant’Elmo ha una lunga e stratificata storia. La posizione dominante sul colle del Vomero e strategica per il controllo della città risultò subito chiara ai Normanni, che nel XII secolo vi collocarono una torre di avvistamento, chiamata forte di Belfiore, e una piccola chiesa dedicata a Sant’Erasmo (il cui nome, con successive modificazioni, diventò Elmo). Quando gli Angioini sedettero sul trono napoletano, decisero di trasformarlo in un castrum più elaborato, con un numero maggiore di torri e fortificazioni. Durante le guerre di successione angioine il forte subì due attacchi, e fu ricostruito in periodo aragonese. Il noto viceré don Pedro de Toledo, accortosi del cattivo stato dell’imponente struttura, impensabile per un tale presidio difensivo, affidò all’architetto Pedro Luis Scrivà i lavori, condotti dal 1537 al 1546. L’iberico infatti progettò le mura a pianta stellare, a sei punte, che noi oggi conosciamo, mura realizzate con lo stesso tufo giallo napoletano che era scavato ai piedi della collina. Nel 1587 un fulmine colpì la polveriera del castello e fece saltare in aria buona parte delle nuove strutture, che dovettero essere ricostruite. Rifugio del viceré duca d’Arcos durante la rivolta guidata da Masaniello e prigione di Tommaso Campanella e dei martiri della Repubblica Napoletana, il castello oggi ospita la Biblioteca Bruno-Molajoli e il Museo del Novecento. Le sue mura percorribili sono tra i punti panoramici più ambiti della città.

Maschio Angioino

Voluto da Carlo I d’Angiò con il nome Castel Nuovo, per differenziarlo dai preesistenti Castel dell’Ovo e Castel Capuano, la costruzione della fortezza avvenne tra il 1279 e il 1284. Probabilmente realizzato in tufo e dotato di mura turrite, il castello venne quasi del tutto ricostruito da Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1442 conquistò il regno. L’unico ambiente angioino rimasto immune dalle mani spagnole è la cappella palatina affrescata alla fine degli anni trenta da Giotto (oggi purtroppo non rimangono che minimi frammenti). Il castello fu riadattato a reggia e lì furono ospitati il fior fiore degli umanisti napoletani, e non, e gli artisti locali, fiorentini e fiamminghi (quella napoletana fu la prima corte italiana ad ospitare quest’ultimi). Una della più grandi eredità lasciateci dal Magnanimo è l’arco di trionfo all’antica, il cui prospetto iconografico e la struttura con due fornici sovrapposti furono ideati dal sovrano in accordo con gli umanisti. Impossibile non osservare al di sopra del primo arco il fregio con l’entrata trionfante in città di Alfonso. Circondato da un fossato, dotato di un ponte levatoio per l’accesso, il castello fu poi fortificato da un recinto bastionato nel XVI secolo. Quest’ultimo presidio difensivo fu abbattuto e ancora oggi noi vediamo la parte più interna dell’antico castello. Sede del famoso rifiuto di Celestino V, della vendetta di Ferrante sui baroni che avevano congiurato contro di lui (da cui prende il nome la sala con volte costolonate di Guillermo Sagrera), dimora per poco di Carlo V e sede del Direttorio della Repubblica Partenopea del 1799, il castello è ricco di leggende e storie.

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